Tavernes borgo tra ulivi e vitigni

Tavernes – Pays d’Art et d’Histoire è un paesino della comunità della Provence d’Argens en Verdon, circondato da vitigni e oliveti che testimoniamo la vocazione agricola dei suoi abitanti. In particolare, è per la produzione di un ottimo olio d’oliva che il borgo è famoso non solo nel Var. Grazie infatti al lavoro accurato della cooperativa olivicola locale, l’olio qui prodotto ha ottenuto numerosi riconoscimenti sin dal 1976, giungendo alle tante Medaglie conquistate ai vari Concorsi agricoli di Parigi. Premi fondati sia sulla qualità delle olive, sia sul sistema produttivo della Cooperativa, dal 2009 certificata Bio. Il mulino a olio di Tavernes si può visitare tutto l’anno, facendo richiesta all’ufficio del turismo di Brignoles; oppure si può partecipare, la prima domenica di settembre, alla “giornata dell’olio” (in provenzale journado de l’oli) scoprendo i segreti di questo prodotto tanto popolare in tutta la Provenza, così come in tutto il bacino del Mediterraneo. Tavernes merita una visita per immergersi nella tranquillità di un borgo sospeso nel tempo, dove tutto è calmo, in simbiosi col paesaggio circostante.

In particolare, segnaliamo la bella passeggiata che conduce alla piccola Cappella di Notre Dame de Bellevue. Il percorso, di circa 7 km, può partire sia dal mulino a olio, oppure dal parcheggio in prossimità del quartiere les Ferrages, vicino al Centro Polivalente. Il viandante entre in una natura tipicamente provenzale: cipressi, pini d’Aleppo, timo. Man mano che si sale s’incrociano querce, tigli, castagni, rosmarino selvatico e santoreggia.
Si scorgono lungo il cammino anche alcune croci di ferro, testimonianze delle stazioni che ripercorrono il tragitto doloroso di Cristo verso la crocifissione sul Golgota. In passato ve ne erano 14, ma la maggior parte sono state danneggiate per effetto dello scorrere del tempo e delle intemperie.

Circondata da ulivi e arroccata su un promontorio roccioso, a circa 605 metri d’altezza, Notre-Dame de Bellevue et de Consolation (questo il nome completo) risale alla metà del XVII secolo: fu antico eremo e poi cappella legata all’ordine religioso dei Domenicani. Il suo nome “Bellevue” può avere un duplice significato: potrebbe indicare, da un lato, lo splendido panorama che si ammira dal promontorio su cui sorge; dall’altro, potrebbe rivelare le guarigioni, avvenute dopo preghiere e invocazioni, di numerose persone affette da problemi di vista. Questi “casi miracolosi” sono ricordati in un documento dell’800 proveniente dagli archivi dei Padri Domenicani di Saint-Maximin, in cui sono menzionati nel dettaglio le persone che hanno riacquistato la salute dopo aver compiuto il Pellegrinaggio a Notre Dame de Bellevue. Tra questi casi troviamo quelli di Jeanne Isnard ed di Jeanne Ailhaud: entrambe hanno recuperato la vista. Troviamo anche altri casi di guarigioni, come quello di Anne Guérine di Varages, i cui forti dolori alle gambe scomparvero dopo la visita a questa santa cappella. Le varie testimonianze rivelano i sentimenti di profonda devozione verso Notre Dame de Bellevue, la cui ubicazione era conosciuta sin da tempi remoti come zona di eremitaggio, grazie all’isolamento e alla quiete che regala ancora oggi l’ambiente circostante.
All’interno della Cappella si erge un altare molto suggestive nella sua semplicità, costruito nella roccia. AI piedi di questo grande masso si scorgono ex-voto, la maggior parte vecchi, risalenti ai primi decenni del XX secolo. Ai lati dell’altare vi sono due piccole nicchie: in quella posta a destra è custodita la statua della Madonna che vince il male simbolizzato da un serpente; nella nicchia di sinistra si trova un’effige incorniciata raffigurante la Santa Vergine Maria. La santità di questo sito si riverbera anche in una leggenda locale, secondo cui Gesù e Maria (presumibilmente la Maddalena) sarebbero passati proprio in questo luogo: la coppia avrebbe lasciato le proprie impronte su un masso situato ai piedi della cappella, nei pressi dello sperone roccioso da cui si ammira dall’alto Tavernes, la vallata e il massiccio dei Bessillon.

Testo ©S.C.T.

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